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“Amo raccontare storie e Napoli mi ha salvato”: voce e chitarra, Luca Carocci si racconta

La voce rassicurante e decisa di Luca Carocci si inserisce, con la sua chitarra acustica, nel pieno dell’immenso fiume del cantautorato italiano. Allora potremmo evidenziare i testi curati e non banali, un cantato-parlato che si accosta più ad un recitato che ad una produzione musicale strettamente detta e poi la chitarra che ormai è trade d’union della musica emergente italiana.

Ma per conoscere bene un’artista, oltre ad ascoltare le sue canzoni, devi anche sentire cosa ha da dire. Ecco perché abbiamo fatto quattro chiacchiere proprio con Luca Carocci: ne è emerso un racconto variegato dai suoi viaggi, alla passione per il Sud Italia, all’importanza fondamentale delle “storie”.

Luca tu hai visto il mondo: hai vissuto in Sri Lanka, hai viaggiato, ha conosciuto popoli e luoghi tanto belli quanto lontani dall’Italia…

Sì, ma se ho ripreso a cantare, è grazie a Napoli. Sono stato dieci anni via dall’Italia, dal ’99 al 2009, anni in cui l’Italia è cambiata e al mio ritorno poco di quel ‘Bel Paese’ che avevo lasciato, era ancora intatto. C’era la crisi, il boom del cibo in scatola, i primi passi di internet e sopratutto un panorama musicale in cui è quasi impossibile inserirsi, dove vivere di musica era diventato difficilissimo.

Quindi avevi deciso di mollare…

All’estero cantavo, pur lontano dal mio paese ho continuato a coltivare la mia passione. Poi sono tornato e avevo deciso di non cantare più. Però è a Napoli che ho ritrovato la spinta e la forza di riprendere: ho passato molti giorni in città, a contatto con i più grandi artisti della scena musicale napoletana: accolto dal quel fermento che, proprio all’ombra del Vesuvio, non si è mai fermato.

Quanto c’è di quella esperienza partenopea in “Missili e somari”?

Molto. Soprattutto quel desiderio di “raccontare le storie”.

Infatti peculiarità del tuo disco è proprio quella di essere non solo una raccolta di canzoni, ma una raccolta di storie. Come le scegli?

In primis io penso che la storia e le parole abbiano la stessa importanza della musica, cosa che un po’ si è persa. Le storie non le scelgo io, ma vengono da sé: non ho un metodo definito, sento o vedo una storia che mi colpisce, dove vedo che c’è qualcosa da raccontare. Non te lo so spiegare bene…

Mi viene da pensare che sia la musica e che le storie non siano frutto di un lavoro “a tavolino”…

Assolutamente no, perché io non credo nella musica preconfezionata, non credo a quella serie di “regole”. La musica per arrivare deve essere vera, sentita, deve esserci qualcosa e tu stesso devi trasmettere quel qualcosa. La musica “finta” lascia il tempo che trova…

Salvatore De Vita

Di Redazione Urbanweek

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