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Samuela Schilirò: “Sono nata in una terra di confine, ma la musica mi ricongiunge col mondo”

Sguardo ammaliante, chitarra perennemente in spalla e tanti ricci dorati che le contornano il viso.

Cantante, chitarrista, compositrice ed autrice: parliamo di Samuela Schilirò, un’artista che non si fa mancare proprio nulla.

L’ha sempre saputo, Samuela, che la strada da percorrere sarebbe stata una sola, ecco perché, già ad undici anni, decide di iscriversi all’istituto di Musica di Gorizia. Lì ha avuto solo la conferma di quale fosse l’abito che più le piace indossare: la musica.

Da Gorizia a Milano e, infine, a Catania. Di sangue siciliano, Samuela, torna nell’isola per un altro dei suoi concerti, il 29 gennaio, dopo la lunga sfilza durante tutto il 2016. Scenario dello spettacolo sarà il Ma di Catania.

Proprio per conoscere i progetti e per sapere di più su una cantante che ha già guadagnato grandi soddisfazioni, registrando numerosi sold-out ai suoi concerti, abbiamo fatto quattro chiacchiere con Samuela. Ecco di seguito l’intervista:

Il tuo è stato un 2016 pieno di concerti in giro per l’Italia, ma non è ancora finita: come stai?
Sono stanca fisicamente, ma se potessi non mi fermerei mai. Suonare è la mia vita, non potrei fare diversamente nonostante talvolta si presentino delle difficoltà.
Cosa c’è in progetto per la serata del 29 al Ma di Catania?
Sicuramente sarà un concerto “elettrico”: saremo tutta la band al completo e l’idea mi piace un sacco. Nell’ultimo tour “C’è sempre un motivo due tour” eravamo solo in due, domenica torneremo alla formazione originaria: Denis Marino, chitarre, Andrea Quattrocchi – detto Quarolli – al basso, Giando Militello, batteria. Per l’occasione abbiamo preparato duetti con gli ospiti con Gabriella grasso e Matteo Amantia ed Emilia Belfiore. Sarà un momento un po’ teatrale ed un po’ intimo con la violinista Emilia Belfiore che partirà presto in tour con Carmen Consoli che è molto brava.

L’impressione è che sei una che tiene molto alla propria identità e ne ha fatto un marchio di fabbrica…
La mia autenticità è una ragione di vita e per me è indispensabile esserlo. Io non ho avuto un esempio in famiglia, non sono figlia d’arte. Mi sono ispirata a tutti i dischi che ho ascoltato e ne ho divorati tanti, ma non ho avuto un mentore.

A cosa dai più importanza: testo o musica?
L’idillio perfetto è che entrambi – sia testo, sia musica – camminino insieme in maniera perfetta. Ma la perfezione è quasi impossibile e spesso senti che uno dei due elementi prevarica l’altro. Quando io scrivo, sento l’esigenza di raccontare qualcosa ma prima nasce quasi sempre la musica. Mi ronza in testa una melodia e allora me l’appunto. Prima lo facevo nei registratori e ora sul cellulare anche quando sono per strada. Tutto nasce in quell’inglese maccheronico per avere un suono e una metrica, dopo arriva il testo che deve camminare con la musica. Io penso che sia la vita ad ispirarmi: se uno vive e ti piace scrivere, l’ispirazione viene da sé.
Il momento che preferisci dei tuoi concerti? Prima, durante o dopo?
Il prima non mi piace per niente. Io sono una persona molto emotiva e la vivo con ansia con l’adrenalina che arriva a livello tale da non farmi capire molto. Non voglio mai avere discussioni prima di iniziare a suonare. Chiaramente dipende molto dalle situazioni perché ci sono palchi più adrenalinici di altri. Durante è l’apoteosi: per chi fa musica è il momento più bello. E’ lo scambio di energia tra chi suona e chi riceve. Il dopo è il divertimento puro, non ho più pensieri la concentrazione l’adrenalina scendono e allora inizio a rilassarmi davvero. In linea di massima preferisco il “durante”: è il momento catartico e lì ci si riesce a togliere le pippe mentali che ci si fa in studio e a metterci l’autenticità vera. In studio la devi sempre rifare e perfetta non sarà mai. Quando sei su un palco vivi quell’istante, non sei proiettata nel futuro e neanche nel passato e l’unico commento in cui una persona è proiettata a vivere intensamente quel momento. Questo accade in tutti i concerti non c’entra chi c’è né dove sei.

Cosa ne pensi di Sanremo? A quale altra manifestazione musicale, anche internazionale, ti piacerebbe partecipare?
Nel 2016 ho avuto esperienza diretta e sfiorato l’Ariston. Credo sia una grande esperienza che va fatta ma senza troppe aspettative sennò ti fai male. Questo tipo di concorsi vanno presi un po’ meno sul serio.  Credo che Sanremo non sia più, da molti anni il contenitore della musica che realmente c’è in Italia, ma rappresenta una nicchia: c’erano tanti artisti validi e progetti molto interessanti ma quello che viene selezionato a Sanremo è altro. All’estero che lo Sziget a Budapest, mi piacerebbe andare a fare quattro salti lì.

Come definiresti il tuo disco?
L’obiettivo è di trasmettere una certa filosofia di vita che mi accompagna da qualche anno: “C’è sempre un motivo”.Tutto ciò che ci accade c’è sempre un motivo. Se noi riusciamo a vivere a pieno le cose con autenticità allora riusciamo a vivere anche le motivazioni. Poi con il tempo si capisce che è una cosa positiva. Ognuno di noi ha un percorso e un disegno. Impari ad assaporare le cose vere della vita che vanno al di là delle sovrastrutture sociali e non te ne frega più niente di giudicare la vita di un altro. Sono stata ispirata dal libro “Il cammello sul tetto”, ed è nata la mia canzone “Il cammello sopra il tetto”. La frase che mi ha fatto cambiare modo di vedere è “Tutto le cose che ci accadono sono proporzionali a ciò che possiamo sopportare e questo ci fa capire perché a certi capitono certe cose e perché siamo così uguali e così diversi. Finché ti arrivano i pesi vuol dire che sei in grado di accettarli.

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