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Tornano gli Incubus con “8”: un album ‘circolare’ con varietà di stili ed influenze

Sono passati ben sei anni dal loro ultimo album, “If Not Now When” (2011), ma gli Incubus sono finalmente tornati senza lasciare scampo agli equivoci: è uscito lo scorso 21 aprile “8”, ovvero l’ottavo album della band californiana, guidata dalla voce inconfondibile e camaleontica di Brandon Boyd.
Due anni dopo l’EP “Trust Fall (Side A)” (2015), iniziano i lavori per “8”, un album che vanta una produzione di certo più che preziosa: quella di Sonny Moore, noto ai più come Skrillex, artista da mille sfaccettature, dj e producer di Los Angeles, in grado di passare magistralmente da mixaggi dubstep fino alla campionatura di sound tipici del rock americano.
“8” rappresenta un vero cambio di rotta rispetto alla maggior parte della produzione discografica degli Incubus. Nonostante la presenza di Skrillex, sembra che Boyd e soci abbiano voluto recuperare una dimensione sonora che richiami un rock puro, in un ritorno alle origini sperato, ma che sembra non essere stato raggiunto a pieno.
“8” è un album diverso da “Make yourself” e da “Morning View”, percezione che ha chi è cresciuto probabilmente con i testi di “Drive” e “Wish you were here”, e che non riesce a staccarsi da un concetto chiaro dell’alternative rock, inteso come miscela magica di ballate struggenti e forti dinamiche ritmiche.

Ma gli Incubus cercano di rimanere fedeli a se stessi in apertura all’album: “No Fun” riecheggia le batterie assordanti di “Anna Molly”. Un pezzo tutto muscoli e volumi alti. I tempi dispari si sprecano in “Nimble Bastard”, un chiaro omaggio al punk rock d’altri tempi con sfumature elettriche in distorsione.

È forse “State of the heart” il singolo più interessante: un ibrido ben riuscito tra ballad e bassi ben definiti, forse la traccia più rappresentativa e orecchiabile di tutto l’album. Ma è in “Glitterbomb” che gli Incubus decidono davvero di divertirsi e di mostrare maestria musicale: strane tastiere si fondono con un virtuosismo ritmico di un rullante incontenibile. È la seconda parte dell’album che tenta di spingere gli Incubus fuori dal rock puro ed è con il brano “Loneliest” che Boyd riprende fiato per poi riesplodere in “Familiar Faces”.

Ma in questa varietà di stili e influenze diverse, un dato è da sottolineare: i testi di “8” hanno una matrice autobiografica e sono segnati dalla fine della relazione che legava il frontman alla sua compagnia.
“8” si chiude con l’intermezzo strumentale di “Make No Sound in the Digital Forest” e con l’indefinita “Throw Out the Map” che chiude circolarmente l’album, ricollegandosi alla ritmica forsennata dell’apertura.
“8” rappresenta il disco più variegato degli Incubus e forse, per via di questa sperimentazione musicale – necessaria dopo 20 anni di carriera -, anche il più debole musicalmente. Un album che non passerà certamente inosservato e che i fan apprezzeranno per via dell’affetto nei confronti della band ma che non lascia una particolare traccia nelle memoria musicale dell’alternative rock odierno.

Erica Donzella

Di Redazione Urbanweek

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