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Maldestro: dalla ricerca della perfezione in studio all’emozione di Piazza del Popolo e del tour

“Mai dimenticare chi sei (…) trasforma chi sei nella tua forza, così non potrà mai essere la tua debolezza (…)”.

Sicuramente, i più attenti lettori del genere ‘fantasy’, avranno riconosciuto questa citazione tratta da “Le cronache del ghiaccio e del fuoco” di George RR Martin e affidata ad uno dei personaggi più amati: Tyrion Lannister.

Questo consiglio, se vogliamo dir così, Antonio Prestieri, conosciuto ai più come Maldestro, l’ha seguito adottando proprio come nome d’arte ciò che, fino a quel momento, rappresentava una sua caratteristica negativa:

“Sono maldestro realmente – dice – non l’ho scelto per fare il personaggio, in tempi non sospetti gli amici già mi chiamavano così, quindi quando ho scelto il nome per il mio progetto musicale è stato naturale adottarlo”.

Reduce dal concerto del Primo maggio in piazza Del Popolo a Roma, Maldestro, 32 anni, con due album all’attivo Non trovo le parole (2015) e Muri di Berlino uscito lo scorso 24 Marzo, è uno dei cantautori emergenti più interessanti sul panorama italiano: una carriera in ascesa già ricca di premi e riconoscimenti, non da ultimo il premio Mia Martini conferito dalla critica durante la partecipazione, tra le nuove proposte, all’ultimo festival di Sanremo.

Il 2017 ha portato la tua partecipazione ai due eventi musicali più importanti del nostro paese: il festival di Sanremo prima e il concertone del primo maggio poi. Cosa ti porti dietro da queste esperienze? Cosa si prova a calcare quei palchi?

“Un’emozione unica, sono palchi importanti che hanno una storia importantissima. Tra l’altro è il secondo anno che prendo parte al concerto del primo maggio e registro un’emozione diversa, ma sempre bella. Sono contento di tornare a casa con un bagaglio arricchito di incontri di umanità da gente che ama questo lavoro”.

L’album si intitola “Muri di berlino” e racconta delle sfumature che possono assumere i sentimenti umani, delle paure di ciascuno di noi che possono alzare barriere attorno a noi stessi. Ma soffermandoci sul titolo e su quello che storicamente rievoca: sappiamo bene che il muro poi l’hanno buttato giù davvero, quindi, nonostante un primo impatto, “Muri di berlino” va interpretato con un’accezione ottimistica? Come un auspicio di buttare giù quelle barriere tra le persone?

“Assolutamente! Ho voluto raccontare dei muri che ci portiamo dentro. Di Berlino perché è proprio un invito ad abbattere i muri interiori  affinché non vengano tirati su quelli materiali quelli reali. Penso a Trump che in America vuole innalzare muri materiali, probabilmente perché ha dei muri interiori che non riesce a buttare giù, quindi bisogna partire da quelli che ci portiamo dentro e nel disco ho cercato di raccontare questo. Io non sempre ci riesco, ma ci  provo cercando di incontrare me stesso, provando a capire quello che mi succede dentro e quello che succede attorno a me e avere la consapevolezza di dover vivere i dolori o le paure: a volte queste si devono proprio consumare, affrontare e poi metabolizzare.

Il disco è davvero molto intimo dove si alternano ritmi più incalzanti a pezzi più vicini a delle ballate. Brani intensi come i due singoli estratti “Canzone per Federica” e “Abbi cura di te” (quest’ultimo colonna sonora del film “beata ignoranza” di Massimiliano Bruno) o ancora “che ora è” e “Lucì (in un solo minuto)”. Ci sono però due pezzi particolarmente rappresentativi: “Non ne posso più” e “sporco clandestino”. Il primo è forse quello più autobiografico, il secondo racconta dell’immigrazione dal punto di vista di chi la vive. Cosa ti ha spinto a scriverle?

“Un po’ tutte sono autobiografiche, scrivo quello che sento. Anche quando rubo una storia dagli occhi degli altri la faccio mia: sono da sempre affascinato dalle storie dei giovani degli uomini, dalle loro debolezze e dalle loro grandezze. In particolare “sporco clandestino” è nata dal periodo storico che viviamo, dal dramma a cui siamo stati abituati ad assistere in modo schizofrenico reso tale dal fatto che ci vengono date informazioni ogni giorno dai media e quello che mi colpisce sempre sono i bambini, credo che la meraviglia dei bambini quando viene rubata in modo innaturale sia il crimine più grande della terra perché la meraviglia è qualcosa che noi adulti perdiamo e quando la perdiamo diventiamo brutti, dubbiosi pesanti. Ed io ho voluto raccontare questo viaggio attraverso gli occhi di un bambino proprio perché è una cosa che mi colpisce e che mi da dolore e l’unico modo che ho per lenirlo è quello di poterlo scrivere e metterlo in musica”.

Cambiando per un attimo argomento e dando uno sguardo al panorama musicale italiano attuale, c’è qualcuno tra i cantautori emergenti che stimi particolarmente e con cui vorresti collaborare? E invece tra i maestri del nostro cantautorato classico, chi è il tuo punto di riferimento?

“Credo sia un bel periodo per i cantautori emergenti, che poi emergenti fino ad un certo punto: penso ad esempio a Brunori che ha vent’anni di carriera alle spalle, ma che solo da qualche anno sta avendo il successo che merita e come lui ce ne sono tanti altri. è un bel rinnovamento sono molto contento che ci sia questa luce, però non dobbiamo mai dimenticare i padri che ci hanno permesso, almeno a me hanno permesso, di continuare questo filone e di imparare da loro: Fossati, ad esempio, è colui che mi ha rovinato la vita – scherza – nel senso che quando a 12 anni l’ho ascoltato per la prima volta, mi sono guardato allo specchio e mi sono detto che da grande avrei voluto essere come lui. Adoro Gaber, De Andrè, Leonard Coen, Bob Dylan tra gli inarrivabili. Del cantautorato attuale godono della mia stima, Niccolò Fabi Daniele, Silvestri o ancora Samuele Bersani: tutti artisti che hanno saputo rinnovarsi e rinnovare il cantautorato”.

Ma se ipoteticamente dovessi scendere a patti con il diavolo e scegliere un solo tra tutti i cantautori citati con cui poter lavorare una sola volta nella vita, su chi ricadrebbe la tua scelta?

“Fossati, assolutamente su tutti”.

Attualmente sei in giro per l’Italia con il “Muri Di Berlino Tour” che prende proprio il nome dell’album. Tante date che da qui fino a fine luglio ti vedranno impegnato con vari spettacoli. Ma qual è la differenza tra suonare in studio e dal vivo e soprattutto tu cosa preferisci?

In realtà abbiamo aggiunto delle date pure ad agosto dato il successo che sta avendo fino a questo punto il tour e di questo sono molto contento. Chiaramente preferisco suonare dal vivo, incontrare il pubblico e vivere un momento di condivisione. Le tournée ti permettono anche di crescere e migliorare, quindi io non vedo l’ora ogni volta di salire sul palco e di vivere quella serata, ripeto, di condivisione. Quando suoni dal vivo ogni pezzo lo esegui per quei soli 3 minuti e ogni volta quei 3 minuti sono diversi dalla volta precedente: vivi sensazioni diverse e hai un riscontro dal pubblico ogni volta nuovo. In studio si fa un altro tipo di lavoro, altrettanto bello per carità. Stai da solo a vivere un’altra visione della musica, ricerchi la perfezione”.

Idilio Sortino

Di Redazione Urbanweek

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