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MI AMI: festival “rocambolesco” e a tratti contraddittorio. La tre giorni musicale attraverso i nostri occhi

Può un solo evento racchiudere in sé le molteplici sfumature, i pro, i contro, i se, i ma, i fiori all’occhiello, l’orgoglio e le auto compiacenze della scena musicale di un paese intero, di una cultura e di una tendenza del tempo?

A nostro giudizio, il Mi Ami Festival riesce nell’ardua impresa, non senza risvolti dolce amari, a dare uno spaccato di quali siano le dinamiche di proposta e fruizione di “Musica bella” in Italia.

Chi scrive questo articolo, miei cari lettrici e lettori, ha passato gran parte delle sue avventure e dei suoi anni di formazione e attività professionale in Francia (con rimbalzi sporadici ma intensissimi fra Spagna, Gran Bretagna, Olanda e Germania) e si è riaffacciato alla scena italiana solo da un anno e mezzo, con una prepotente e affamata curiosità di riscoperta del e sul campo artistico, di un paese osservato per troppo tempo da lontano, abbandonando ai posti di blocco, negli aeroporti e nelle stazioni di passaggio, pregiudizi e preconcetti e scegliendo, con la complicità del Caso, Milano come torre d’avvistamento.

Quale occasione migliore del MI AMI, oramai giunto alla sua tredicesima edizione, allo status di tradizione, di momento cardine e inaugurativo dei festival estivi, per fare una ricognizione sulla scena musicale italiana, data la vocazione totale del festival agli artisti del nostro paese? Quale occasione migliore del ventesimo compleanno di Rockit, rivista organizzatrice dell’evento con la collaborazione dell’agenzia creativa Better Days?

Prima ancora di prender parte alla tre giorni, dal 25 al 27 maggio, dell’edizione 2017, due elementi hanno colto la nostra attenzione: la definizione di “Musica Importante”, “Festa della musica bella e dei baci” sui programmi dell’evento e quella più articolata che in un’intervista rilasciata a Zero il 27 maggio 2016, ne ha dato Stefano Bottura, direttore della rivista e ideatore del festival:

«Un festival matto, bello, aperto, sexy, vitale, rocambolesco, naif, denso, qualcosa che travolge i sensi e attiva i neuroni. Un festival dove l’inaspettato e la bellezza ti sorprendono. Un festival in cui suona su 3 palchi il meglio della Musica italiana. Dove puoi cantare le canzoni del cuore e insieme scoprire musica nuova».

Ora, quanto ai concetti di Musica Importante e musica bella, non si può non mettere in evidenza il ruolo guida della rivista milanese negli ultimi due decenni, nello scouting, nella selezione e valorizzazione di artisti auto prodotti e del circuito indipendente che trovavano e trovano tutt’ora fatica ad emergere e trovare un posto per uscire dalla melassa, dal groviglio di proposte che dall’avvento dei canali di “democratizzazione” dei prodotti quali YouTube , Soundcloud e BandCamp, per citare solo i più rivoluzionari, hanno invaso le nostre orecchie.

E nonostante il MI AMI abbia voluto slegarsi da quello che, a nostro giudizio, è stato sempre confuso con “genere” quando invece è tipo di metodologia di lavoro, distribuzione e ricezione e ancora attenzione a contenuti “alternativi” non solo in campo musicale; per quanto abbia voluto slegarsi dal vituperato/osannato termine “indie”, questo festival rimane per vocazione stessa della rivista, un festival di musica indipendente. Lo dimostra il fatto che, a eccezione di pochissimi nomi, Consoli e Baustelle, rispettivamente “sotto” Universal e Warner, la quasi totalità dei gruppi sia auto prodotta o collabori con etichette indipendenti, in testa La Tempesta Dischi, con una massiccia presenza di artisti sui 3 palchi (Zen Circus, Le Luci della centrale elettrica, Pan Del Diavolo, Davide Toffolo, Populous).
Lo dimostra, inoltre, il fatto che tanti sono stati i generi rappresentati, per quanto ancora, in una congiuntura storica di commistione di generi, questa parola possa mantenere la rigidità convenzionale dei suoi criteri: dal cantautorato al rock, dal rap/hip-hop/trap alla musica elettronica.

Festival della e per la musica indipendente italiana selezionata a cura di Rockit.
Perché l’importanza di questa musica non è mai giustificata da alcuna argomentazione di rilievo strutturale e il concetto di bello resta per noi troppo soggettivo per avere una qualsivoglia valenza e credibilità universale (Laura Pausini non è forse “musica bella” per chi l’ascolta?).

Se penso (e qui l’utilizzo della prima persona, per una volta, mi sembra contraddittoriamente coerente…) a una “Musica Importante” mi viene subito in mente Joan Baez; la mia mano corre su un ipotetico vinile, come nella scena di un videoclip, e si ferma sul dettaglio della scritta del lato A del ’63; fanno male gli occhi a forza di provare a leggere la scritta che sfugge e gira, sfugge e gira:

We Shall…
Shall Over…
Come…
WE SHALL OVERCOME

Importante perché ricollegandosi ad una tradizione, ad una canzone gospel, passata di bocca in bocca, di sofferenza in esorcismo, questa canzone apparteneva già al pubblico dei sindacati afro-americani del sud prima ancora che la Baez la registrasse e a una tradizione orale. Non solo, una volta registrata, Joan Baez non la cantò (solo) nei concerti, ma nelle piazze, nelle strade, durante le marce per i diritti civili. Importante solo perché in breve tempo diventò un inno per la difesa dei diritti civili? No, perché prima ancora di moltiplicare la portata della sua azione in un altro evento importante dell’agosto del ’69, la canzone fu tradotta in galiziano contro la dittatura franchista; perché in Sudafrica fu inno contro l’apartheid. Musica trasversale e dotata di vita propria che per la vita vive.

Nonostante la sua soggettiva “bellezza”, la ricchezza di temi e ispirazioni, di citazioni letterarie, la ricercatezza del verso, il felice riscontro di pubblico, la bravura nello scrivere hit con sonorità e contenuti accattivanti, la presenza scenica, lo stile inconfondibile e la tenuta sul palco, la musica dei Baustelle, in questo senso, non è Musica Importante.
Girando il videoclip de “Il Vangelo di Giovanni” a Macao, noto centro culturale occupato milanese poi tramutato in Nuovo centro per le arti, la cultura e la ricerca, in continua e dignitosa battaglia con le istanze comunali e i privati per difendere la potenza della sua proposta culturale per i cittadini, si ha la netta sensazione dello sfruttamento da parte del gruppo di un’immagine simbolo per una fetta di pubblico che in mille modi alimenta questa realtà, partecipando alle sue serate elettroniche, concerti, slam, corsi popolari di yoga, capoeira, workshop, mostre, allestimento di una biblioteca e assemblee.
Location: Macao. Tutto qui. Neanche un ringraziamento nei titoli di coda.
L’aver affittato una location non da a Macao uno status già costruito autonomamente di posto importante o irrinunciabile. Viene da chiedersi dove fossero Bianconi e Bastreghi durante l’incontro aperto di supporto all’acquisto cittadino di Macao organizzato all’Arco della Pace con la collettività il 24 aprile, 4 giorni prima del rilascio del video appena girato.
Altri tempi, verissimo, ma non dubitiamo che Joan Baez sarebbe stata in mezzo a noi, a dare supporto e idee, a cantare l’Urgenza, quel sentimento che fra le mille distrazioni ed emozioni delle nostre “sexy, rocambolesche, dense, matte, belle, aperte, vitali” vite, sembra non avere più spazio, necessità e voce, consumato sul nascere dalla cecità del consumo vorace del nuovo e dell’effimero.

La musica importante è quella che ha preso il coraggio di marciare le proprie parole.

È invece molto più interessante – in questa analisi che attraverso le parole e le premesse di chi ha inventato l’evento e le nomenclature e di conseguenza le aspettative, vi da il nostro punto di vista su quanto visto in 20 ore di musica – affidarci a quelle di Bottura.
È questo un punto incontrovertibile del MI AMI, un posto dove puoi ascoltare un sacco di musica nuova italiana.

È stato il caso, fra i tanti, di Lucio Corsi.
Nella spola incessante del primo giorno, ad esempio, come dei seguenti, fra il main stage (quello più altisonante) il palco Dr.Martens e il piccolo Palco Raffles, fra Il Pan del Diavolo ed Eva, fra l’ironia tagliente e la dirompenza degli Zen Circus e le sonorità dense di Pieralberto Valli, un momento di pura epifania musicale ci ha catturato. Aspettando “La Cantantessa” catanese, la voce di un ragazzo dallo spiccato accento toscano, nascosto dalle teste del pubblico (il Raffles non essendoci travi non è un palco) ci ha spinto a farci strada fra la folla.
Una camicia anni ’70 dorata, i capelli lunghi lungo la schiena e il volto esile, i fogli con i testi con cui introdurre le canzoni del suo “Bestiario” alla mano, poi buttati per terra con una padronanza della scena e della naturalezza disarmanti, una capacità descrittiva ironica inaudita fra gli attributi anti-esopici dei suoi personaggi animali.
Una rivelazione, quasi un giovane Bob Dylan capace di incantare solo con una chitarra, la sua voce molto poco cantante e la forza delle parole. 23 anni e la consapevolezza mista a speranza di vedere un futuro pezzo di musica italiana.

Questo il bello del MI AMI, della selezione di Carlo Pastore e Stefano Bottura: avere buoni motivi per snobbare (o quasi) un concerto in formato esclusivo di una grande cantautrice per farsi rapire da un giovane cantautore.

Ma col dolce, l’amaro: avremmo voluto fare molte domande agli artisti, e non da semplici spettatori che li colgono fra la folla dopo l’esibizione, ma con la credibilità che o si guadagna con una frase accattivante o un complimento ben assestato, sincero e passionale (è successo con Lucio Corsi) o con un cartellino appeso al collo con su scritto “PRESS”.
Avremmo voluto rimproverare i Baustelle, chiedere ai Pop_X la loro opinione quanto al continuo ricorso alla parola “Froci” o di temi legati all’omosessualità (le toglie peso nel paradosso di senso che veicola le parole? aiuta la comunità gay? Le parole sono importanti?), chiedere a Dimartino del suo viaggio in Messico con Cammarata per produrre “Una cosa rara” sulla scia di Chavela Vargas, far disegnare, giocare velocemente, provocare e farci prendere per il culo da loro e tanti altri…

E non si recede neanche di fronte alla proposta decisa ma gentile, di fare altrimenti, per fare la propria professione in maniera adeguata, quella di mettere in comunicazione l’ascoltatore con l’artista. “Così è, se vuoi scrivici un articolo” la risposta in cui si cela tutta la voglia di amore e condivisione del festival.

Così ci è sembrato il MI AMI, accattivante e deludente al tempo stesso, per la vastissima proposta di artisti, ma per la non perfetta omogeneità e furbizia nel proporli sul palco.
Ripensiamo ad un commento rubato a Nicolò Carnesi arrabbiato, a buon diritto secondo noi, per aver suonato di fronte a pochi presenti alle 19:30, non introdotto sul main stage da gruppi meno “affermati” che attirassero pubblico. O ancora, ripensiamo al bravissimo Giorgio Poi che suonava con alle spalle un’inquietante scritta, riservata al gruppo successivo: Baustelle.

Ci è sembrato aperto a tutti, eppure estremamente a circuito chiuso. Se da un lato è stato molto confortante vedere Brunori assistere al concerto del suo amico Dimartino, vedere Vasco Brondi spiare i Baustelle, gli Zen Circus fare i complimenti a Lucio Corsi (per voi sappiamo anche intrufolarci ed eludere i bodyguard…)e Tofoli dei TARM proporci il suo nuovo progetto di Istituto Italiano di Cumbia All Stars, l’ostruzionismo sopracitato ci è sembrato un grande spreco per poter dare una voce altra rispetto a quella della rivista organizzatrice.

Un misto di idee geniali come quella del MI FAI, oramai punto fermo dell’evento, in cui dodici artisti hanno realizzato visual di fumetto e illustrazioni proiettati su ledwall durante i concerti del Raffels (suggestivo e da menzione d’onore quello di Marina Marcolin) , e al contempo di proposte patinate e francamente ingenue come quella dello “speed plate” in cui alcuni artisti venivano filmati mentre mangiavano all’aperto con persone del pubblico, fra i banchi di legno nel verde dell’Idroscalo e del Circolo Magnolia.

Infine, quanto all’inaspettato, se lo stupore è stato tutto demandato alla stucchevole montatura del caso Liberato, il rapper napoletano che nei mesi scorsi aveva destato grande curiosità circa l’identità occultata, rivelatosi fintamente Calcutta, allora la povertà della proposta è imbarazzante.

Peccato per gli spazi espositivi e per la proposta di dj set, che al di là di due grandi nomi come Populous e GoDugong nella giornata di chiusura, e una tenda intrigante, il Sailor Jarry Camp, come sede per alcuni dj, la scelta dei nomi non brilla per audacia; vedere Nikki dj far finta di suonare una chitarra elettrica su pezzi invece selezionati con cura, in un format quasi da anni ’90, giusto per trovare la propria peculiarità nello spietato mercato dell’intrattenimento e dell’originalità a tutti costi, ci ha perplesso non poco come unico dj set del giovedì . Ci ha invece conquistato la Rockit all starz in cui la redazione mixava pezzi.

Un grande calderone, un coacervo di tanti spunti da vivere, di cui gioire, su cui avere dubbi e in cui districarsi, un guazzabuglio arrogante e vitale al tempo stesso di musica ed idee, un tripudio di marketing a volte vuoto ma di passione vera, questo MI AMI festival visto dalla nostra lente d’ingrandimento.

Ci rimane ancora una parola da spendere e non ancora citata fra quelle adoperate nella descrizione del suo ideatore; una parola che per noi chiude il cerchio e sintetizza perfettamente questo festival imprescindibile.

Naif.

Francesco Perrone

Di Redazione Urbanweek

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