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L’intervista: Salamone

E’ uscito il 12 maggio Il Palliativo, l’album d’esordio di Salamone, artista che arricchisce la scena musicale palermitana. Cantautore ironico e pungente, racconta in musica la realtà, tra sonorità balcaniche, contaminazioni blues e folk. Scoprite cosa ci ha raccontato!

Esce il 12 maggio il tuo album d’esordio il Palliativo, come è nato e si è sviluppato questo lavoro?

Il mio percorso come autore ed interprete delle mie canzoni, che considero un po’ come doni della vita, delle circostanze e soprattutto del substrato dell’essere che incalza suggerendomi di volta in volta cosa fare e come, è passato attraverso varie fasi. Considero il Palliativo come un album molto vicino al pensiero e alla condizione delle nuove generazioni, reputo che abbia un impatto concettualmente molto attuale. E’ una specie di sintesi, di confine, nella quale ho cercato di far convogliare, sia dal punto di vista musicale che di scrittura, delle idee, delle contaminazioni e forse anche dei desideri che per anni con la mia musica ho portato in giro come un bagaglio dal quale non riesci mai a separarti, come una valigia da clown dove sono racchiusi insieme i travestimenti necessari a far ridere o piangere,  che ti permettono di poter essere cinico ed al tempo stesso farti apprezzare attraverso funambolici cambiamenti di rotta, con l’intento di far sognare anche solo per poco.

 Il titolo dell’album è anche quello della prima traccia, perché il Palliativo?

Ho scelto il Palliativo come brano col quale aprire il disco e come titolo dello stesso perché per me nel concetto stesso di  palliativo stanno dentro molte delle note sarcastiche di questo lavoro che fondamentalmente si svela a tratti anarchico e selvaggio e sputa, quasi come una minaccia, slogan contro l’ipocrisia di ogni tempo. Il palliativo è  metafora della contemporaneità ed anche un grido per i più sordi  ad aprire le orecchie e a guardare con un’ottica diversa certe problematiche che toccano l’uomo come essere umano e non come qualcosa di inerte, come un feticcio o una macchina. Da qui la possibilità cui accennavo all’inizio, di parlare di scontri generazionali, di onirico anticonformismo e della vera bellezza, evidenziando con molta ironia lo storico contrasto tra forza e richiesta d’aiuto, tra povertà morale e il suo contrario.

Il Gatto di Giorgio è il primo singolo estratto che anticipa l’uscita dell’album, esso è accompagnato da un videoclip particolare e dal gusto tragicomico; come nasce l’idea di questo video?

L’idea per il videoclip de “Il gatto di Giorgio” si è sviluppata dalla stretta collaborazione col team di persone e professionisti che da un po’ lavorano al mio progetto; in particolare Stefania Domina e Stefano Ricco, responsabili rispettivamente di Indie Sounds Better e Bright Crew.  Quando ho raccontato loro che il brano –in cui si narrano le sette vite dissolute e sprezzanti del pericolo di questo gatto  e che finisce con una presa di coscienza che esplode nella scelta di porre fine alla propria vita- si ispirava in parte alla vita di un gatto realmente esistito e,  naturalmente per la maggiore al frutto di mie suggestioni, abbiamo pensato bene di creare un soggetto dai messaggi ben precisi sulla vita moderna, sui suoi limiti e su tutte le rinascite possibili con dei ritratti frutto di metafore del mio testo che lasciassero spazio al gioco e al tempo stesso alla forza delle immagini. 

Cosa si devono aspettare gli ascoltatori da questo album? Vuoi anticiparci qualcosa di più sul suo contenuto?

In breve posso solo dire che la fetta di  pubblico che mi conosce da un po’ ha già un’idea ben chiara su quello che può aspettarsi da me, dalla mia musica e dalle mie canzoni. Ai più, cioè quelli che non conoscono il mio lavoro, e sui quali punto maggiormente, consiglio di spizzicare  brano dopo brano, come si fa nel poker con le carte da gioco, questo disco che con una punta di orgoglio posso definire un lavoro fatto bene e  dove l’istinto musicale e una maturazione artistica forte  la fanno da padrona. Reputo il Palliativo una raccolta di brani  non scontati, e con immensa gioia invito tutto il pubblico e gli addetti ai lavori a gustarlo come un buon bicchiere di vino.

Come nascono i testi delle tue canzoni?

Scrivo da quando avevo circa quattordici anni e naturalmente il modo di scrivere un brano da ragazzino differisce totalmente, per sensazioni e background, dalla scrittura di un essere più maturo. Di una cosa sono abbastanza certo, cioè che la musica nella maggior parte dei casi ti venga a bussare alla porta,  come una presenza aliena che naturalmente si fa forte della tua conoscenza, del tuo studio e del tuo volergli concedere te stesso. Le mie canzoni sono nate sempre nei modi più diversi. Sicuramente dall’ osservazione della gente o di certi contesti, certi quartieri o condizioni, certe taverne che  fanno da contrasto al mondo patinato e rutilante dell’oggi; nascono dal mio vissuto, dall’ emozione, dalla rabbia, dall’ eccitazione, insomma dalla vita e da quel grande palcoscenico nel quale viene rappresentata.

Musicalmente parlando, hai degli artisti di riferimento? Nella tua quotidianità ci sono degli ascolti che prediligi e che influenzano il tuo percorso artistico?

Come ogni musicista e cantautore penso che alla base ci sia un’educazione all’ amore per la musica. A me proviene dalla mia famiglia, in casa mia si è sempre usata la musica come mezzo espressivo e di incontro, mi piace ricordare i pomeriggi dopo pranzo, da bambino, nei quali mio padre imbracciava la chitarra e si cantava tutti insieme. Naturalmente crescendo in un contesto del genere è quasi scontato che le tue orecchie ed il tuo cuore si aprano all’ ascolto. Ho sempre ascoltato e suonato i generi più vari, dalla musica italiana degli anni ’60 ai classici della musica internazionale,  dal progressive degli anni ’70 allo swing anni ‘30, al rock e tanto altro. Crescendo le contaminazioni musicali sono sempre aumentate. Ascoltavo jazz e lo ascolto tuttora, ascolto molto il blues delle origini e sento un forte impulso verso il folk non soltanto nostrano, con tutti quei suoni tradizionali e con tutte le sue differenze da paese in paese e da regione in regione del mondo. Stimo moltissimo i cantautori italiani della vecchia guardia e non disdegno di schiacciare l’occhio a quei cantautori e musicisti del nuovo fronte, miei colleghi, che secondo il mio parere stanno dando un ottimo contributo affinché si passi ad un ascolto diverso  e meno indotto da quei clichè che vengono proposti dai media così come si propone una marca di shampoo.

Prossimi progetti? Immagino ti dedicherai alla promozione del disco…

Si, certamente, il portare in giro per l’Italia e magari anche all’ estero questo disco è la cosa più importante al momento. Tra l’altro il rapporto diretto con il pubblico, le sensazioni che ti dà il palco e la condivisione con i musicisti che ti danno un forte contributo emozionale sono vitali ed importantissimi per me. In un momento come questo poi, nel quale i dischi spesso si vendono ai concerti -e poi, dal vivo spesso riesci a regalare  il meglio di te- mi auguro di farne tanti e di portare alla gente la mia musica. Naturalmente nei miei live il pubblico potrà ascoltare i brani del disco e molti altri, frutto di un lavoro costante in questi anni; non smetto mai, infatti, di dedicarmi alla scrittura e di palco in palco nascono sempre nuove idee e nuovi progetti. Ho già qualcosa in ballo ma per il momento sento di concentrare tutte le mie energie sul tour de “Il Palliativo”.

Per finire ti lascio carta bianca… c’è qualcosa di importante ( e non) che vorresti aggiungere?

Ringrazio la redazione di UrbanWeek e te Simona ed invito i lettori ad approfondire la mia conoscenza, andando a cercare il mio album Il Palliativo, presente dal 12 maggio su tutti gli store digitali e a dare un’occhiata al videoclip del singolo Il gatto di Giorgio, e ne approfitto per ringraziare tutti i miei collaboratori, musicisti in testa, per aver contribuito all’uscita dell’album.

Simona Bascetta

Di Redazione Urbanweek

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