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Intervista a Neffa

  • “Neffa” come il calciatore paraguayano… però in un’intervista precedente dichiari: “anche un nomignolo ti rompe, è come mettersi sempre lo stesso vestito”. Qual è il vestito nuovo che vorresti indossare?No ma sai qual è il problema? Da ragazzino mi piaceva avere i capelli tinti, tatuaggi … mi piaceva essere non dico “artefatto”, diciamo “sopraffatto”, mentre invece col tempo mi piace tutto ciò che è naturale, quindi anche il mio nome non mi dispiace, però alla fine Neffa è un buon nome, gli si vuole bene. 
  • Hai sperimentato vari generi musicali, punk rock, rap, soul blues…pensi di aver trovato la tua dimensione?Io penso che non sia importante diciamo il vestito, ma l’essenza. In questo caso per me l’essenza sono le canzoni. La mia dimensione io l’ho trovata nel tempo imparando a smettere il più possibile di voler essere per forza qualcosa. C’è stato un tempo in cui volevo fare l’hip-hop e quindi cercavo di essere “nero”, più di quanto non sia in realtà… invece adesso… mi piace la musica nera, ho sentito molto blues e secondo me il blues è imprescindibile quando scrivi musica moderna passi dal blues per forza! Però sono molto più tranquillo, non ho intenzione di essere qualcosa, lascio che la musica fluisca, finchè c’è è una benedizione per me, quindi io la faccio uscire col massimo rispetto, la tratto bene … cerco di!
  • Quanto ti sei divertito aspettando che il pubblico capisse che “La mia Signorina” parlava della marijuana?Ma sai … era lì la cosa, a un certo punto ho iniziato a dirlo io perchè se no non lo capiva nessuno! Poi avevo letto “Il Pendolo di Foucault” e Umberto Eco scriveva che nel Medioevo i templari veri dicevano che i templari non esistevano, tutti quelli che dicevano che i templari esistevano non erano veri templari … c’era chi faceva un po’ di casino apposta … io ho fatto un po’ di casino apposta e alla fine la canzone era un esercizio di stile, non c’era bisogno di censurarsi o di scrivere cifrato, però mi piaceva fare un esempio di testo stile anno ’70, in cui si parlava di qualcosa ma non si poteva parlare apertamente quindi le cose venivano messe così … leggermente nascoste e io mi sono divertito a fare così con “La mia Signorina”. 
  • Hai definito “Sognando contromano” un disco “urgente e necessario”. Come si manifesta in un cantautore l’urgenza di fare musica? In quel caso io per urgente volevo dire che erano le cose che mi venivano spontaneamente e che mi facevano sentire meglio dopo, come se fossero qualcosa che dovevo buttare fuori … quindi questo processo per me nasce dal cercare di non pensare mai a cosa sono, a cosa sono stato, a cosa vorrei essere o potrei essere nel momento in cui scrivo le canzoni, ma semplicemente, come ti dicevo prima, lasciarle fluire in modo naturale, per me questo è alla base di tutto. 
  • La sperimentazione dei “Due di picche” con J-Ax dopo la vostra rivalità … da dove nasceva il conflitto e come è nata invece questa collaborazione? Come ti ha cambiato nello stile ed eventualmente a livello più intimo?Dunque … con Ax ci frequentavamo fin dai primi ’90, perchè comunque noi facevamo rap a Bologna, loro a Milano ed era difficile a quei tempi avere degli stili molto contrapposti senza che venissero fuori anche delle antipatie personali, perchè il rap purtroppo ha in se questo concetto, che lo stile è centrale, quindi se lo stile è molto contrapposto poi si contrappongono anche le persone. Poi dopo anni e anni abbiamo incominciato a incontrarci per lavoro, abbiamo cominciato a salutarci, a parlare del più e del meno, abbiamo visto che comunque avevamo parecchio da condividere e s’era parlato di scrivere qualcosa. Alla fine per me, dopo tutti gli scazzi non mi dispiaceva recuperare con una persona con cui ero comunque stato in rapporti. Il disco è stato molto veloce, Ax di buono ha questo, che lui è molto milanese, “Ah, lavoriamo, lavoriamo”, io sono uno che “Mah, quando arriva, arriva!”, capito? Io dico sempre che lui afferra la creatività dal bavero, mentre io invece la lascio piovere come una manna sacra. Quindi è stato interessante unire questi due punti di vista molto diversi: siamo molto diversi io e lui e questo ci rende anche più completi, nel senso, io e lui assieme abbiamo visto degli angoli e un pezzo di storia italiana abbastanza ampio, direi.Un saluto speciale per gli Amici et amiche di UrbanWeek: BELLA! Ci sentiamo presto!

Di Redazione Urbanweek

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