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L’intervista: Max Manfredi

L’artista che vi presento oggi è uno dei migliori cantautori/poeti, che la musica italiana ci abbia regalato. Il suo ultimo album, Dremong, è stupendo. Vi sto parlando di Max Manfredi, uno degli esponenti di quella che, nell’ambiente della musica, viene chiamata la scuola genovese. Avete presente un certo Fabrizio De Andrè? Ebbene, proprio lui lo ha definito come il più bravo tra i cantautori italiani; come dargli torto?  Negli anni è nato una specie di culto nei suoi confronti ed ha ricevuto premi e riconoscimenti tra i più ambiti in Italia. A questo punto vi domanderete: “E si è fatto intervistare da te?” Sì, inspiegabilmente.Ecco cosa mi ha raccontato!Quando hai capito di voler fare musica nella vita?

Da bambino mi piaceva cantare e ascoltare i dischi. Poi ho fatto delle canzoni, poi ho smesso, ho ripreso. Ma quest’idea di vita oziosa e faticosa insieme, lontana dall’ipotesi di avere un lavoro, è connaturata in me.

Hai ricevuto apprezzamenti dai più grandi della musica italiana e numerosi premi. Qual è stato il momento più emozionante?

Non so, non certo i premi. Qualche incontro è stato anche emozionante. Ho conosciuto molti tra i più grandi poeti della canzone della storia, nomi che non faccio perché quasi nessuno oggi sa chi sono. Ho conosciuto persone degne di nota, e altri che fanno parte dell’inquinamento.

Cosa pensi stia succedendo alla musica italiana, soprattutto ai cantautori?

Non ne ho idea. Mi sembrano troppi, sono troppi. Quasi tutti lo fanno a proprie spese e guadagnano pochissimo. Che mestiere è?

Dremong è il tuo ultimo lavoro. Come lo presenteresti?

Ecco qua Dremong.

Chi è Dremong?

Il nome tibetano dell’Orso della Luna, o Orso dal collare. La canzone è piuttosto esplicita nel raccontarne le favoleggiate, ma anche drammaticamente reali, vicissitudini.

Può definirsi un album con un’anima vintage?

Possiede suoni, specialmente di tastiera, volutamente riferiti alla musica pop degli anni 70. Poi è un album del tutto obliquo rispetto al tempo e alle epoche. Anzi, è proprio fatto per “ammazzare il tempo”. Come dice Brassens, “il tempo ammazza il tempo come può”. Ammazzare la concezione vettoriale del tempo, ammazzare la stupida dialettica fra “vecchio” e “nuovo”.

Prendendo spunto dalla copertina dell’album, ti senti un po’ come l’ orso con la chitarra in questo momento della tua carriera?

L’irruenza è nel mio caso più delicata, di quella dell’orso in questione. Anche la chitarra è una splendida Zontini papier maché, che uso, e vuol dire una chitarra romantica fatta di legno e cartapesta. Anche qui, obliquo rispetto a mode, estetiche e tecniche.

Dove potremo incontrarti nei prossimi mesi?

Faccio un micro-tour solitario in Romagna la seconda settimana di Novembre. Ho poi un concerto a Pavia, fra le mura amiche e dense di ricordi di Spaziomusica. Si può seguire la mia attività sul mio sito, o fra le pagine di facebook.

Amici, vi saluto ricordandovi di ascoltare questo fantastico artista ed il suo ultimo capolavoro Dremong!

Egle Taccia

Di Redazione Urbanweek

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